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A partire dall’anno 2001 “la Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, Giorno della Memoria, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati“.

Durante la seconda guerra mondiale lo sterminio, compiuto dal nazifascismo, di milioni di ebrei e di milioni di altri perseguitati, è stato tra gli eventi più orribili, se non il più orribile, dell’intera storia. Sì, è bene ricordare quei tragici anni che hanno offeso la stessa dignità di ciascun uomo sulla Terra. E tuttavia “rimuginare” solo sul passato non serve a molto. Ai giorni nostri non ci sono meno ingiustizie, meno violenze, meno intolleranze, meno offese alla dignità dei singoli, di quante ce ne furono allora.

In moltissime nazioni della terra le autorità costitituite hanno connotazioni più o meno dittatoriali. Persino in Paesi dalle solide istituzioni democratiche (compreso il nostro, sic) se ne possono cogliere delle tracce. Inoltre in varie parti del pianeta sono in corso guerre o guerriglie in cui le motivazioni di tipo etnico o pseudo-religioso di molti si confondono con la brama di potere o di guadagno di pochi. Non molto diversamente dai tempi di Hitler o Mussolini: maggioranze che opprimono minoranze o anche minoranze che opprimono maggioranze. Lo stesso spirito di sopraffazione che ha portato alla Shoah si può cogliere ovunque nel mondo. In questa giornata forse non ci si dovrebbe limitare in migliaia di celebrazioni, in modo quasi sterile, a rievocare un passato che non si ripeterà più uguale, ma potrebbe essere anche l’occasione per soffermarsi sulle discriminazioni, le ingiustizie, le limitazioni alla libertà, le arroganze o le cattiverie -gravi o meno gravi- dei potenti di oggi.