No Berlusconi Day, 5 dicembre 2009
149 letture 6 dicembre 2009Intorno alle ore 10.00, sul terzo binario della stazione di Cassino, si potevano notare, sparse tra le altre, numerose persone che indossavano qualcosa di colore viola o che tenevano Il Fatto quotidiano tra le mani. La maggior parte di costoro si stavano recando alla manifestazione di Roma per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio Berlusconi. Un’iniziativa insolita, indetta questa volta, per la prima volta, non da partiti politici, sindacati o associazioni varie, ma originatasi da semplici cittadini e divulgata soprattutto grazie alla rete internet. Il colore viola voleva essere simbolicamente proprio il segno di questa autodeterminazione a segnare il distacco dai colori e dai simboli delle diverse fazioni politiche. Il gruppo No-B-Day è stato aperto su facebook l’indomani della sentenza che ha dichiarato incostituzionale il lodo Alfano. In poco meno di 2 mesi ha raccolto 360.000 iscritti, il sostegno di personaggi della cultura e dello spettacolo, l’adesione di alcuni partiti d’opposizione più lungimiranti.
Piazza della Repubblica, nel primo pomeriggio, è illuminata da un sole basso e debole. Al centro la fontana zampilla in controluce, vaporosa ed elegante. D’intorno gazebo, palloncini e tantissime persone che già dispiegano striscioni ironici, cartelloni sarcastici, buffe caricature, bandiere che svolazzano leggerissime. Allo stand dell’Italia dei Valori ne distribuivano a chiunque si avvicinasse, assieme a maglie e cappelletti di colore viola. Sul cofano di un furgone si raccolgono anche delle firme contro tre iniziative del governo: la privatizzazione dell’acqua, il ritorno all’energia nucleare, la legge che estingue i processi in breve.
Oltre a quelle di Antonio Di Pietro, molte le bandiere comuniste, qualcuna dei verdi, rare quelle del PD (“siamo pochi ma ci siamo!” ha gridato un signore). Ma il lungo corteo, poco dopo la trionfale partenza, si infila in un dedalo di strade strette fino a bloccarsi in prossimità di un crocicchio da cui affluiva gente da ogni lato. Superato l’ingorgo comincio a percorrere il fiume di gente speditamente, infilandomi ovunque si aprisse un varco più largo o scorrevole. Questo mi consente di osservare i diversi assembramenti. I gruppi comunisti sono i meglio organizzati. I loro camioncini avanzano lentamente davanti a plotoni di bandiere rosse, distribuendo musica ad alto volume e birra. Forse i giovani che gli stavano dietro erano attirati soprattutto da queste cose, perché a conoscere la storia recente, se davvero erano contrari al Berlusconi, avrebbero dovuto sapere che le premesse per l’attuale strapotere di questo magnate furono poste nel 1998 proprio da un leader comunista che non si fece scrupolo di far cadere (per una pretestuosa sciocchezza) un governo di centrosinistra che stava lavorando fino ad allora moderatamente bene per il Paese.
Aldilà delle varie bandiere, andando avanti il colore predominante diventa il più neutrale viola. A un certo punto, quasi come navigando in internet (sic) incontro il gruppo delle “agende rosse”, persone che con una mano stagliano in alto dei libri rossi -con icastica efficacia- appena sopra le loro teste. Ma proseguo attraverso il corteo. Attorno soprattutto giovani, ventenni o trentenni, la nuova generazione della rete internet, ma anche gente di tutte le età. Spicca la presenza di famiglie, di giovani coppie assieme a bimbi, magari col cagnolino da compagnia al seguito, ci sono anche molte donne, spesso a gruppi, non di rado abbigliate di viola con vezzo anche estetico. A proposito di indumenti viola, i numerosi ambulanti latinoamericani si son fatti trovare impreparati nelle prime ore di raccoglimento. Ma in seguito son spuntati di mezzo alla folla venditori di tessuti viola persino eleganti.
Ho “corso” solo per una piccola parte del corteo per circa un’ora, lasciandomi dietro circa 30.000 persone. Quando, prendendo l’ultima “scorciatoia”, giungo in Piazza San Giovanni, la grandissima parte del corteo ancora deve arrivare, ma l’area principale della piazza è già stracolma di gente, il palco già irragiungibile e lontano. Perciò, per quanto possa essere quasi solo un gioco azzardare stime del genere, penso che una presenza di 350.000 persone alla manifestazione sia tutt’affatto plausibile. Rincresce notare come dalla Questura, un organo dello Stato, un cittadino non possa aspettarsi di solito delle cifre oneste e credibili, ma piuttosto al ribasso (90.000).
In piazza è il momento dell’appello dell’anziano regista Mario Monicelli. Dice che le cose più importanti per lui sono giustizia, uguaglianza e lavoro. Senza di queste non ci sarebbe neanche vera libertà. Lo scrittore Tabucchi fa dell’ironia sulle ronde leghiste. Giorgio Bocca osserva che in Italia ci sono troppe persone che fondamentalmente non amano la democrazia. Una giornalista finlandese, in rappresentanza della Stampa estera in Italia, spiega che quando Berlusconi scese in campo nel 1993, parte dei giornalisti stranieri, sia pure senza troppo entusiasmo, sperava davvero che questi potesse porre mano a qualche atavico male italiano. Oggi però più nessuno di loro nutrirebbe ancora illusioni. Come dire: ammesso che qualche italiano fu abbindolato all’inizio, perlomeno dopo tutti i fatti intercorsi avrebbe dovuto ricredersi, dopo che ben 18 leggi ad personam sono state varate a partire dal 2001, dovrebbe essere diventato evidente a chiunque che Berlusconi è tutto chiacchiere, affari personali e fumo senza arrosto.
Ma è Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992, a parlare in modo più toccante e accorato (Discorso di Salvatore Borsellino parte 1 Discorso di Salvatore Borsellino parte 2) . Alza l’agenda rossa, e migliaia di simili libri rossi si alzano ovunque di mezzo al pubblico. La folla comincia a urlare all’unisono: “Fuori la mafia dallo Stato! “. E’ l’oratore stesso che spegne i cori: “Ho 8 minuti -dice- fatemi parlare, poi ci sarà tempo di gridare“. Ricorda i veri eroi, che evidentemente non sono gli stessi ammirati da Dell’Utri, già condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ma i magistrati onesti e gli uomini della scorta morti nei vari e vili attentati di stampo mafioso. Tra questi, cita la poliziotta Emanuela Loi, i cui brandelli di corpo, raccolti sui muri di Via D’amelio, furono rispediti a casa sua, in Sardegna, a spese della sua famiglia, mentre i voli di Stato vengono usati per le escort e le prostitute. La folla applaude a ogni frase di denuncia, ma tale è la veemenza del discorso che alla fine si applaude senza più smettere. Gli applausi continuano incessantemente anche quando Salvatore Borsellino ha terminato il suo discorso. Forse anche per questo, dopo qualche istante rientra di nuovo sul palco per gridare e scandire al microfono, con tutto il fiato che può avere ancora in gola: “Resistenza! Resistenza! “.
La stessa sera, ai telegiornali, il politico Gasparri ha la faccia di dire che Salvatore offende… la memoria del fratello. Gasparri è quello che può essere. Ma può prendere per il naso solo persone sprovvedute o disinformate. Perché davvero, della rettitudine e del coraggio, del senso di legalità e di giustizia che doveva avere il giudice Paolo Borsellino, non c’è migliore testimonianza di questa di suo fratello. Che continua, nella sua età non più giovane, a fare ogni sforzo per rievocarne il ricordo e rivendicarne gli ideali. Per un’Italia onesta, più giusta e pulita.



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7 dicembre 2009 at 6:42 pm
Complimenti, Ing. Di Siena, per aver portato idealmente il vessilo di Coreno Ausonio al No B-DAY del 5 Dicembre, la manifestazione che passerà alla storia come l’Onda Viola.
Se avessi potuto, purtroppo avevo il freno costituito dal mio lavoro autonomo, avrei volentieri partecipato, anch’io.
A Bersani, invece, Segretario del neo-nato PD (il PDl senza elle), assente ingiustificato, lasciamo il compito di iniziare le ..prove tecniche di inciucio.
Grazie dell’ospitalità.
20 dicembre 2009 at 5:11 pm
Riporto qui sotto un editoriale, piuttosto schietto e molto chiaro, apparso lo scorso 16 dicembre 2009 sul quotidiano inglese THE GUARDIAN.
SILVIO BERLUSCONI: POLITICA ALLA PUTTANESCA
Se ci fossero due regole d’oro per essere Silvio Berlusconi, queste sarebbero: stare sempre alla ribalta e incolpare gli altri per le proprie disgrazie. E questa settimana è riuscito a seguirle entrambe dopo essere stato colpito sul volto da un uomo che ha una storia di problemi mentali.
Mentre l’Italia si disperava per il secondo giorno cercando di capire se l’attacco era il risultato di ciò che il Presidente del Consiglio aveva denominato un clima d’odio contro di lui, Berlusconi è stato svelto ad approfittare della solidarietà dimostratagli da molti.
Fabrizio Cicchitto, capogruppo del PdL di Berlusconi alla Camera, ha affermato che l’attacco era stato preparato da una “spietata campagna d’odio”. Cicchitto è andato avanti facendo l’elenco di coloro i quali lui ritiene siano i responsabili della campagna: il quotidiano La Repubblica, il settimanale L’Espresso, Marco Travaglio, autore di un libro sui presunti legami di Berlusconi con la mafia, entrambi i partiti d’opposizione ed alcuni magistrati. E’ una bella lista, e accusare un giornalista di avere qualcosa a che fare, direttamente o indirettamente, con un attacco condotto da uno squilibrato, fa parte di quelle tecniche ben collaudate appartenenti a un periodo decisamente più buio della storia europea.
Non soddisfatto dalle calunnie, Berlusconi ha l’intenzione di legiferare. Il suo Ministro degli interni ha dichiarato che durante la riunione del Consiglio dei Ministri, prevista per domani, verranno esaminati due nuovi ddl aventi lo scopo di limitare le manifestazioni e i “siti che inneggiano all’odio” su internet.
Invece di cercare dei capri espiatori politici, il 73enne magnate delle comunicazioni si dovrebbe domandare perché 250.000 italiani hanno partecipato al No-B day a Roma i primi di dicembre. Nel resto d’Europa e anche al di fuori di essa, ci sono manifestazioni contro determinate linee politiche o contro i governi.
In Italia, la gente manifesta contro un Presidente del Consiglio non per quello che rappresenta, bensì per quello che lui è. E i motivi sono validi. Abbiamo un uomo coinvolto in scandali a sfondo sessuale che espongono il suo presunto utilizzo di prostitute. Avendo perso l’immunità giudiziaria, deve affrontare due processi per frode, evasione fiscale e corruzione. E di fronte a queste accuse, cerca di dare la colpa ai giornalisti, agli organi di stampa e ai pubblici ministeri i quali insistono nel fare il loro lavoro e rifiutano le sue intimidazioni.
L’attacco che ha ricevuto contro la sua persona è stato feroce e orribile. Ma non ci sono prove che l’attacco sia stato organizzato da altre persone. I gruppi su Facebook nati con lo scopo di elogiare l’assalitore pentito sono di cattivo gusto, ma non giustificano un giro di vite sui siti internet che “incitano la violenza”. E’ una risposta che fa ricordare una repubblica dell’Asia centrale. Al posto di assecondare le buffonate per attirare l’attenzione fatte da Berlusconi durante i vertici come quello del G20 a Londra all’inizio dell’anno, i leader mondiali dovrebbero iniziare a prendere le distanze da un uomo del genere.
Silvio Berlusconi: Politics alla puttanesca
The Guardian, Wednesday 16 December 2009
If there are two golden rules to being Silvio Berlusconi, they are to stay in the limelight and to blame others for your own misfortunes. He achieved both this week after he was hit in the face by a man with a history of mental illness. As Italy agonised for a second day about whether the attack was a product of what the prime minister called the climate of hatred against him, Mr Berlusconi was quick to exploit from his hospital bedside the sympathy that many had expressed.
Fabrizio Cicchitto, the leader of Berlusconi’s The People of Freedom party in the lower house of parliament, said the attack was primed by a “pitiless campaign of hatred”. Mr Cicchitto went on to name those whom he alleged were responsible for that campaign: the newspaper La Repubblica, the news magazine L’espresso, Marco Travaglio, the author of a book about Mr Berlusconi’s alleged links with the mafia, both opposition parties, and certain criminal prosecutors. That’s quite a list, and to name a journalist as having anything to do with an assault by a deranged man, either directly or indirectly, is a tried and tested technique from a darker period of European history. Not content with slanderous statements, Mr Berlusconi intends to legislate. His interior minister said that the cabinet meeting tomorrow would consider two new bills restricting demonstrations and curbing “hate sites” on the internet.
Instead of seeking political scapegoats, the 73-year-old media tycoon should ask himself why 250,000 Italians flocked to a No Berlusconi Day in Rome earlier this month. In the rest of Europe and beyond, there are demonstrations against policies or governments. In Italy, people demonstrate against a prime minister not for what he represents, but for who he is. For good reason. Here is a man embroiled in sex scandals detailing his alleged use of prostitutes. Losing immunity from prosecution, he is on trial in two cases for fraud, tax evasion and bribery. And for this, he seeks to blame journalists, newspapers, and criminal prosecutors who insist on doing their job and refuse to be cowed by him.
The physical assault he sustained was vicious and nasty. But there is no evidence that the attack was organised by others. The Facebook groups that have sprung up praising the repentant assailant are tasteless, but they little warrant a clampdown on internet sites deemed to “incite violence”. This is a response reminiscent of a central Asian republic. Far from humouring Mr Berlusconi’s attention-grabbing antics in meetings like the G20 in London earlier this year, world leaders should start distancing themselves from such a man.