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Intorno alle ore 10.00, sul terzo binario della stazione di Cassino, si potevano notare, sparse tra le altre, numerose persone che indossavano qualcosa di colore viola o che tenevano Il Fatto quotidiano tra le mani. La maggior parte di costoro si stavano recando alla manifestazione di Roma per chiedere le dimissioni del Presidente del Consiglio Berlusconi. Un’iniziativa insolita, indetta questa volta, per la prima volta, non da partiti politici, sindacati o associazioni varie, ma originatasi da semplici cittadini e divulgata soprattutto grazie alla rete internet. Il colore viola voleva essere simbolicamente proprio il segno di questa autodeterminazione a segnare il distacco  dai colori e dai simboli delle diverse fazioni politiche. Il gruppo No-B-Day è stato aperto su facebook l’indomani della sentenza che ha dichiarato incostituzionale il lodo Alfano. In poco meno di 2 mesi ha raccolto 360.000 iscritti, il sostegno di personaggi della cultura e dello spettacolo, l’adesione di alcuni partiti d’opposizione più lungimiranti.

Piazza della Repubblica, nel primo pomeriggio, è illuminata da un sole basso e debole. Al centro la fontana zampilla in controluce, vaporosa ed elegante. D’intorno gazebo, palloncini e tantissime persone che già dispiegano striscioni ironici, cartelloni sarcastici, buffe caricature, bandiere che svolazzano leggerissime. Allo stand dell’Italia dei Valori ne distribuivano a chiunque si avvicinasse, assieme a maglie e cappelletti di colore viola. Sul cofano di un furgone si raccolgono anche delle firme contro tre iniziative del  governo: la privatizzazione dell’acqua, il ritorno all’energia nucleare, la legge che estingue i processi in breve.

Oltre a quelle di Antonio Di Pietro, molte le bandiere comuniste, qualcuna dei verdi,  rare quelle del PD (“siamo pochi ma ci siamo!” ha gridato un signore). Ma il lungo corteo, poco dopo la trionfale partenza, si infila  in un dedalo di strade strette fino a bloccarsi in prossimità di un crocicchio da cui affluiva gente da ogni lato. Superato l’ingorgo comincio a percorrere il fiume di gente speditamente, infilandomi ovunque si aprisse un varco più largo o scorrevole. Questo mi consente di osservare i diversi assembramenti. I gruppi comunisti sono i meglio organizzati. I loro camioncini avanzano lentamente davanti a plotoni di bandiere rosse, distribuendo musica ad alto volume e birra. Forse i giovani che gli stavano dietro erano attirati soprattutto da queste cose, perché a conoscere la storia recente, se davvero erano contrari al Berlusconi, avrebbero dovuto sapere che le premesse per l’attuale strapotere di questo magnate furono poste nel 1998 proprio da un leader comunista che non si fece scrupolo di far cadere (per una pretestuosa sciocchezza) un governo di centrosinistra che stava lavorando fino ad allora moderatamente bene per il Paese.

Aldilà delle varie bandiere, andando avanti il colore predominante diventa il più neutrale viola. A un certo punto, quasi come navigando in internet (sic) incontro il gruppo delle “agende rosse”, persone che con una mano stagliano in alto dei libri rossi -con icastica efficacia- appena sopra le loro teste. Ma proseguo attraverso il corteo.  Attorno soprattutto giovani, ventenni o trentenni, la nuova generazione della rete internet, ma anche gente di tutte le età. Spicca la presenza di famiglie, di giovani coppie assieme a bimbi, magari col cagnolino da compagnia al seguito, ci sono anche molte donne, spesso a gruppi, non di rado abbigliate di viola con vezzo anche estetico. A proposito di indumenti viola, i numerosi ambulanti latinoamericani si son fatti trovare impreparati nelle prime ore di raccoglimento. Ma in seguito son spuntati di mezzo alla folla venditori di tessuti viola persino eleganti.

Ho “corso” solo per una piccola parte del corteo per circa un’ora, lasciandomi dietro circa 30.000 persone. Quando, prendendo l’ultima “scorciatoia”, giungo in Piazza San Giovanni, la grandissima parte del corteo ancora deve arrivare, ma l’area principale della piazza è già stracolma di gente, il palco già irragiungibile e lontano. Perciò, per quanto possa essere quasi solo un gioco azzardare stime del genere, penso che una presenza di 350.000 persone alla manifestazione sia tutt’affatto plausibile. Rincresce notare come dalla Questura, un organo dello Stato, un cittadino non possa aspettarsi di solito delle cifre oneste e credibili, ma piuttosto al ribasso (90.000).
In piazza è il momento dell’appello dell’anziano regista Mario Monicelli. Dice che le cose più importanti per lui sono giustizia, uguaglianza e lavoro. Senza di queste non ci sarebbe neanche vera libertà. Lo scrittore Tabucchi fa dell’ironia sulle ronde leghiste. Giorgio Bocca osserva che in Italia ci sono troppe persone che fondamentalmente non amano la democrazia. Una giornalista finlandese, in rappresentanza della Stampa estera in Italia, spiega che quando Berlusconi scese in campo nel 1993, parte dei giornalisti stranieri, sia pure senza troppo entusiasmo, sperava davvero che questi potesse porre mano a qualche atavico male italiano. Oggi però più nessuno di loro nutrirebbe ancora illusioni. Come dire: ammesso che qualche italiano fu abbindolato all’inizio, perlomeno dopo tutti i fatti intercorsi avrebbe dovuto ricredersi, dopo che ben 18 leggi ad personam sono state varate a partire dal 2001, dovrebbe essere diventato evidente a chiunque che Berlusconi è tutto chiacchiere, affari personali e fumo senza arrosto.

Ma è Salvatore Borsellino, il fratello del magistrato ucciso dalla mafia a Palermo il 19 luglio 1992, a parlare in modo più toccante e accorato (Discorso di Salvatore Borsellino parte 1 Discorso di Salvatore Borsellino parte 2) . Alza l’agenda rossa, e migliaia di simili libri rossi si alzano ovunque di mezzo al pubblico. La folla comincia a urlare all’unisono: “Fuori la mafia dallo Stato! “. E’ l’oratore stesso che spegne i cori: “Ho 8 minuti -dice- fatemi parlare, poi ci sarà tempo di gridare“. Ricorda i veri eroi, che evidentemente non sono gli stessi ammirati da Dell’Utri, già condannato a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, ma i magistrati onesti e gli uomini della scorta morti nei vari e vili attentati di stampo mafioso. Tra questi, cita la poliziotta Emanuela Loi, i cui brandelli di corpo, raccolti sui muri di Via D’amelio, furono rispediti a casa sua, in Sardegna, a spese della sua famiglia, mentre i voli di Stato vengono usati per le escort e le prostitute. La folla applaude a ogni frase di denuncia, ma tale è la veemenza del discorso che alla fine si applaude senza più smettere. Gli applausi continuano incessantemente anche quando Salvatore Borsellino ha terminato il suo discorso. Forse anche per questo, dopo qualche istante rientra di nuovo sul palco per gridare e scandire al microfono, con tutto il fiato che può avere ancora in gola: “Resistenza! Resistenza! “.
La stessa sera, ai telegiornali, il politico Gasparri ha la faccia di dire che Salvatore offende… la memoria del fratello. Gasparri è quello che può essere. Ma può prendere per il naso solo persone sprovvedute o disinformate. Perché davvero, della rettitudine e del coraggio, del senso di legalità e di giustizia che doveva avere il giudice Paolo Borsellino, non c’è migliore testimonianza di questa di suo fratello. Che continua, nella sua età non più giovane, a fare ogni sforzo per rievocarne il ricordo e rivendicarne gli ideali. Per un’Italia onesta, più giusta e pulita.