Morte a Grosseto
112 letture 12 ottobre 2009
Sabato sera, ore 21 circa, stazione ferroviaria di Grosseto. Seduto su una panchina, in un angolo di disimpegno della hall, un anziano sembra dormire profondamente con la testa reclinata indietro contro il muro e la bocca vistosamente spalancata in aria, verso il soffitto. La testa glabra, il volto magro fermo in quell’insolita espressione in cui sembrava urlare al cielo, sarebbero potuti stare in un quadro di Munch. Quando mi avvicino in quei pressi una donna mi chiede premurosa: “Scusi… secondo lei quel signore sta dormendo? Non è morto, vero?” Lo osservo con più attenzione. Le mani abbandonate a terra, la pancia rotonda molto pronunciata, il corpo rigidamente immobile. “Bisognerebbe avvertire qualcuno” le rispondo, e con aria apparentemente indifferente, torno alla macchinetta per stampare i biglietti. Ma si avvicina un signore che sta già parlando a telefono con la polizia: “No, no…Ho ritenuto solo di fare il mio dovere civico, ma non voglio altre incombenze… Se vuole le posso dare il nome del ferroviere che è qui con me…” Macché. Il ferroviere, un tipo grassoccio con una camicia sbottonata e un ciondolo sul petto, col dito gli fa cenno di no.
Tra gli altri sopraggiunge -concitato- un trentenne. Lamenta che un treno per Follonica è partito in anticipo e protesta per la perdita della coincidenza. Un’impiegata, che ha appena chiuso lo sportello, esce dalla biglietteria e chiama il 118. “Qui in stazione, su una sedia, c’è una persona morta…” -i colleghi le fanno qualche cenno- “beh sì, intendo dire… apparentemente morta“. Dopo un po’ il tizio che ha perso il treno ritorna a protestare proprio con questa impiegata, che alla fine sbotta: “Senta, prenda pure il successivo, mi dispiace, ma qui abbiamo cose più serie! C’è un morto lì, lo vede?”. “Ma perché, il morto è quello?” -risponde incredulo il giovane- “Scusate. Non avevo capito un ca..o, non avevo capito un ca…o …”, ripete. “Eh… infatti!” Aggiunge sarcastica la donna. Si ingenera un po’ di assembramento. Più di qualche astante mormora qualcosa oppure esclama compassionevolmente: “Poverino!“. Un nero fissa silenziosamente la salma. Dopo una decina di minuti arriva l’ambulanza. Dapprima le tre operatrici mediche gli danno un’occhiata con calma. Poi un’infermiera, quasi di corsa, va a prendere qualcosa. Ma sembra uno scrupolo inutile. Quasi subito ricoprono il corpo con un lenzuolo e cominciano a compilare cartelle burocratiche.
Oggi leggo sui giornali che l’anziano sarebbe morto a causa di un infarto fulminante. Classe 1932, era originario della Sicilia ma risiedeva in Toscana. Insieme a queste informazioni i quotidiani riportano qualche colorita sciocchezza. Il Tirreno titola: “Accende l’ultima sigaretta e muore“. L’articoletto riferisce di un corpo accasciato su una panchina e di volanti della polizia che, allertate dalle numerose chiamate di passanti, sarebbero sopraggiunte subito. La Nazione riporta solo un trafiletto in cui dice che “sembrava addormentato con la sigaretta in bocca“. Il Corriere della maremma non fa cenno alla sigaretta, ma riporta che “è stato visto accasciarsi“, che “sono stati immediati, quanto inutili i soccorsi, arrivati in pochi minuti.” Parla non solo di “manovre di rianimazione che non hanno avuto l’effetto sperato“, ma anche di “primi tentativi effettuati dalle persone“. In realtà, per quanto abbia visto io, solo il ferroviere con la camicia sbottonata si è lanciato in un rudimentale tentativo di svegliarlo: ha battuto vigorosamente le mani davanti alla sua faccia e poi gli ha gridato forte, nel tipico accento toscano: “Nonnooo!” Ma nessuno scuotimento. Il “nonno” da tempo doveva aver già preso, tutto solo, il suo treno.

