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Di nuovo a casa, dopo 143 giorni. Non mi ero mai mosso molto oltre la mia regione, il Lazio. Venti ore in treno, un tratto di metro e le scale mobili mi fanno sbucare su una trafficata strada del centro di Tolosa, Francia: case di mattoni alte ed eleganti, marciapiedi di ardesia puliti. La gente aspetta l’autobus incurante di me che mi guardo intorno esausto e un po’ stordito. Il primo che incontro nei pressi del dormitorio studentesco è un argentino. Mi accompagna al portierato, ha un nonno abruzzese. “Tu sei il mio Virgilio – mi viene di dirgli in un francese stentato – lo conosci Virgilio?”. La portinaia mi consegna chiavi e lenzuola. Mi dà istruzioni gridando, come fosse sgarbata, ma forse intende solo farsi capire. La Francia, il Paese del nazionalismo, dello sfilatino, dell’acqua dei canali, dei boschi verdastri. Il Paese del francese, di questa lingua che settimana dopo settimana ti entra nel cervello fino a diventare parte dei tuoi stessi pensieri. Cosa mi rimarrà di questo periodo? Me lo sono chiesto al ritorno quando mi sono svegliato attraversando la Toscana, con le ridenti case italiane color pastello sparse tra le colline gialle già bruciate dal primo sole dell’estate. Mi ricorderò di Tolosa, dai giardini curatissimi, con la Garonna che si infrange turbinosa sotto gli ampi ponti. Del campus universitario, con gli edifici sparsi tra alberi e prati, le aule, l’anfiteatro di qualche lezione, la grande e antica biblioteca (dove ho scoperto “Italians“), il bellissimo viottolo del lungo fiume che mi portava ogni sera nella mia stanza al di sotto di platani altissimi. E i visi. Degli insegnanti, dei miei compagni, di studio, di residenza, della ragazza esile e bianchiccia che, in piedi su un autobus, tiene pensierosa un ombrellino gocciolante tra le mani accanto ad un giovane nero con i guanti. I visi provo a rivederli ma i contorni si sfumano, proprio come byte di memoria che si cancellano in modo inesorabile. Morse di nostalgia, folate di immagini, persino sogni mi riportano in quei luoghi, mentre riprendo le mie cose, la casa e il sentiero della vita più lunga. Mi piacerebbe poter salutare tutte le persone con cui ho conversato nel mio maldestro francese, anche quelle più schive o sospettose. Ma ora che son tornato tutto è morto, pur se tutto in parte è ancora là, lontano lontano.

Il Pont de la Poudrerie che mi conduceva (2001) nella residenza universitaria