Se siamo in recessione ora occorre severità

Cari Italians,
arriva la notizia che conferma la recessione: -0,5% del Pil. No, non è colpa delle vacanze di Pasqua come dichiara Berlusconi. Né dell’euro che ci «soffoca» come garrula «Il Giornale» in prima pagina. La realtà è che in un’economia mondiale sempre più competitiva le inefficienze e gli sprechi, i vizi del sistema Italia, i suoi nodi stanno venendo al pettine. La parola d’ordine, come succede nelle guerre e nei momenti difficili, dovrebbe essere solo una: meritocrazia.
Abbiamo tutta la forza noi italiani, la conoscenza e l’inventiva per rialzare la testa. Ma bisogna avere il coraggio di combattere a viso aperto privilegi e nepotismi. Lo stesso Ciampi, che tutti lodano, nei suoi aulici e sterili discorsi patriottici non tocca mai questo nerbo che ci affligge. Ognuno deve accedere a posti di lavoro o di direzione in base alle sue qualità e al suo merito. Solo così potremo salvarci da un declino inesorabile. Il gioco del bengodi non poteva durare a lungo. E’ di questi giorni il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici. Mi chiedo con quale tracotanza i sindacati tirino la corda con i vecchi metodi ricattatori. La produttività degli impiegati pubblici è penosa. Ed è desolante che il loro costo vada a pesare su persone che veramente faticano. Dovrebbero decurtarsi lo stipendio piuttosto. La scuola dovrebbe essere la prima a incoraggiare il merito. E’ difficile motivare e formare i professori, dotarsi di laboratori e strutture in poco tempo. Ma una cosa che si può fare subito è incrementare la severità e i bocciati. Tutti devono accedere alla scuola, come dice la Costituzione, ma non significa che tutti hanno diritto a un diploma e a un pezzo di carta. Da qualche anno, con una riforma universitaria dai dubbi vantaggi, si replica a livello più alto quello che è già avvenuto per le scuole superiori. Più accondiscendenza e meno rigore, meno merito insomma.
A riguardo della formazione in Italia diceva bene, già un decennio fa, un arguto professore universitario: «il politico vuole che tutti siano stupidi uguale, così può favorire chi gli conviene». Ma i favoritismi, da quelli grossi (Mediaset, Telecom, Autostrade) a quelli piccoli (categorie protette e nullafacenti con lo stipendio assicurato), sono una pece che forse non possiamo più permetterci.

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