Crocifissi e favele

Caro Beppe,
dopo il pronunciamento del giudice sulla rimozione (provvisoria) del crocefisso in una scuola, politici e giornalisti si sono mostrati tutti delusi o irritati. Eppure il sondaggio online del Corriere della Sera vede circa il 37% dei voti favorevoli al magistrato. Campionamento poco attendibile statisticamente, però forse in Italia c’è davvero una cospicua minoranza di cittadini che desidera uno Stato più laico ma che non può che soccombere silenziosa dinanzi al teatrino di politici bramosi del consenso cattolico. Da decenni la nostra società diviene sempre più materialista, le nostre menti sono sempre più forgiate da messaggi pubblicitari che invitano all’edonismo e alla frivolezza, ma fior di giornalisti non trovano di meglio che erigersi solo a difensori del presunto simbolo della «pietas» italiana. E’ un poco preoccupante che a sollevare la questione sia stato uno straniero dalla dubbia indole, ma l’istanza da egli sollevata è del tutto legittima. Il crocefisso nei luoghi pubblici a me appare soprattutto l’alibi di troppe ipocrisie, della falsità di politici corrotti o della indolenza di impiegati pubblici i quali, più di altri, mi sembrano ostentarlo gelosamente dietro le loro spalle. Alcuni tra i più bellicosi difensori di quel simbolo sono poi lungi dal propugnare un messaggio cristiano. Si rischia così di cadere in un cattolicesimo solo ostentato e fanatico, più «fondamentalista» di quanto siano quel freddo giudice o quel riottoso islamico. Le reazioni, compresa quella di Ciampi (che ha taciuto su più perniciose storture), sono indizi della succube dipendenza delle nostre istituzioni dalla gerarchia ecclesiastica. Pur con il rispetto di ogni sentimento religioso, posso solo rammaricarmi come cittadino italiano di quanto il nostro sia lontano dall’essere un autentico Stato di diritto, laico e imparziale.
La saluto cordialmente.

Giuseppe Di Siena, giuseppe.disiena@libero.it

Caro Giuseppe,
da lontano (Salvador Bahia, Brasile) a me sembra la solita discussione inutile all’italiana, tutta retorica e paroloni e insincerità diffusa. Confesso che l’ho seguita solo via Internet, ma il resto lo immagino senza difficoltà (e non rimpiango di essere distante). Terrorismo, corruzione, accuse alla magistratura, litigi tra partiti alleati, bisticci sul ruolo della Chiesa: che malinconia. L’Italia, in certe cose, non cambia mai. Adesso capisco come mai tanti «Italianos» – come li chiama il mio amico Cotroneo – vengano qui per i motivi più diversi, e stacchino la spina. Visto che ormai ci siamo, però, ti dico come la penso: il crocifisso nelle scuole è un non-problema. Lo lascerei dov’è. Se poi una scuola volesse toglierlo, faccia pure: i dirigenti scolastici prendono tante decisioni, possono prendere pure questa. Questi discorsi sulla «succube dipendenza delle nostre istituzioni dalla gerarchia ecclesiastica» mi fanno sorridere. La questione è diversa: il crocifisso fa parte della tradizione italiana, e non è un simbolo aggressivo o provocatorio (anzi!). Gli Usa non tolgono «In God We Trust» dalle banconote solo perché esistono americani atei. Deluso? Mi dispiace. Ma altro non saprei aggiungere, né intendo farlo. Ci sono cose più importanti al mondo – lunedì sono stato nella favela Rocinha di Rio, la più grande del Sudamerica – e penso non sia morale perder tempo in queste diatribe. L’Uomo sulla croce, se aprisse bocca, mi darebbe ragione. – Beppe Severgnini

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